Quattro giorni a Bihac e Sarajevo: il reportage di Mario Metti

“Il vero viaggio di scoperta non consiste
nel trovare nuovi territori,
ma nel possedere altri occhi,
vedere l’Universo attraverso
gli occhi di un altro, di centinaia d’altri;
di osservare il centinaio di universi
che ciascuno di loro osserva,
che ciascuno di loro è”. (Marcel Proust)

Siamo tornati a Bihac per la terza volta per portare gli aiuti che la nostra comunità ha offerto per i migranti presenti in quella città: coperte, sacchi a pelo, indumenti invernali, scarpe. Siamo arrivati giovedì 1° novembre dopo un viaggio accompagnato da un cielo grigio e da tanta pioggia; un colore che accompagnerà anche i giorni seguenti, se non per le condizioni meteo, certamente per le prospettive che hanno di fronte migliaia di persone che credono ancora in un’Europa paladina dei diritti umani.
Con Giorgio e Mario Fornara, con Mauro Clerici e Gabriele Sala, sono venuti don Alessandro Borsello, della casa salesiana di Borgomanero, ed Edoardo Ticozzelli, studente dello stesso istituto all’ultimo anno del liceo, e poi Adriano Rossi della cooperativa “Il Ponte” di Invorio che ha messo a disposizione il furgone e Giuseppe Bagaini e Simone Tonioni del comitato di Arona della Croce Rossa Italiana.
Venerdì mattina tutto il materiale è stato scaricato nel capannone della Croce Rossa locale dove abbiamo incontrato il segretario della stessa, Greta Mangiagalli dell’associazione Ipsia (Istituto pace sviluppo innovazione Acli) e la responsabile di questo sodalizio Silvia Maraone. Alcuni, in particolare chi era venuto per la prima volta, si sono recati al “Dom”, quella struttura fatiscente che ospita ottocento persone e al ritorno hanno riferito che erano in via di sistemazione i serramenti alle finestre e che si stavano collocando alcuni tavoli nelle varie stanze, mentre ancora erano presenti nella collinetta antistante al centro numerose tende abitate. In pochi, accompagnati da Silvia, siamo andati a vedere un nuovo centro di accoglienza a Bihac: una vecchia grande fabbrica di elettrodomestici, dismessa, di 15mila metri quadri che dovrà, secondo le intenzioni degli organizzatori, ospitare 1.200 profughi, togliendo dalla strada coloro che vivono nelle tende e alleggerendo la capacità ricettiva del “Dom”. Attualmente, ci ha detto il direttore di questa struttura chiamata “Bira Bihac”, sono ospiti circa quattrocento persone in grandi tende da campo che verranno poco alla volta sostituite da container: questi funzioneranno da moduli abitativi per sei persone ognuno. Tutto questo perché l’Unione Europea ha stanziato sei milioni di euro per sostenere la Bosnia Erzegovina nella gestione dei flussi migratori, soldi che vengono gestiti dall’Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati) e dallo Iom, l’organizzazione internazionale per le migrazioni.
Bene, è un passo importante che permetterà di salvare tante vite dall’imminente arrivo dell’inverno; infatti il segretario della Croce Rossa ha ammesso che sono stati molto fortunati ad avere avuto sino a oggi un clima mite. L’inverno in questo territorio porta le temperature anche a meno 27, come è successo proprio lo scorso gennaio. Quando abbiamo chiesto al direttore di questo centro fino a quando resteranno le persone ospitate, ci ha risposto con un’alzata di spalle. E qualcuno ha commentato che per lui è importante lo stipendio: le persone si arrangeranno…
Ma sorge spontanea una domanda: «Un uomo, una donna, una famiglia che hanno lasciato la propria patria perché non era più possibile viverci a causa della guerra, delle persecuzioni; e chi ha camminato per 18/24 mesi nella speranza che ancora gli si legge negli occhi di raggiungere il parente che si trova in Germania, Belgio, in Europa comunque, rinuncerà al suo sogno per vivere in un container?». Forse, in particolare chi ha con sé i figli, aspetterà la prossima primavera, ma non si fermerà,non può fermarsi. Credo che i soldi dati alla Bosnia per fermare il flusso dei migranti rappresentino un altro muro, così come è stato per la Turchia: anche da lì il passaggio in Grecia quest’anno è aumentato in modo sensibile. Muri, confini, dogane, guardiani del territorio e non invece una politica europea che possa favorire un’immigrazione con tempi e modi che permettano da un lato un’accoglienza e un’integrazione diffusa, ma controllata e compatibile con politiche di inserimento al lavoro che attualmente non ci sono. Erigere dighe per contenere l’acqua, una marea umana, invece che incanalarla accogliendo le grandi risorse che potrebbe dare. Creazione di ghetti che mai potranno contenere i 75 milioni di persone che nel mondo si spostano alla ricerca di pace, di serenità, di vita.
Ecco che il grigiore del cielo accompagna ancora questo nostro viaggio: è difficile intravedere un raggio di sole quando arriva la notizia di persone profughe che, giunte a Trieste, vengono caricate su un pulmino e portate in Slovenia dove passeranno su un altro automezzo che le condurrà in Croazia prima di un altro trasbordo per ritornare di nuovo in Bosnia, in questo paese che ha fatto passi da gigante in questi 25 anni dalla fine della guerra, ma che si vede sempre più abbandonato dai giovani che emigrano in Europa come medici, infermieri, persone formate che non vedono più futuro in questa terra ancora con cicatrici dolenti.
Siamo in attesa di ricevere dei microprogetti da sostenere a favore della Croce Rossa di Bihac; invece la raccolta degli indumenti invernali è al momento sospesa. Una richiesta è arrivata da un ospedale di Sarajevo dove ci siamo recati nel pomeriggio di venerdì accompagnati da un profetico sacerdote, frate Ivan: ha la necessità di avere un ecografo. Aspettiamo anche per questo maggiori dettagli di natura tecnica.
Il viaggio continuerà, non sappiamo ancora dove, ma è necessario aprire la finestra per conoscere come sta andando questo nostro mondo. Andremo a conoscere altre realtà per farvele conoscere perché tutti insieme possiamo renderci conto che la strada dei muri, dell’isolamento, dei fili spinati, è una strada sbagliata. Dobbiamo aiutarci tutti insieme a credere che l’altro che incontriamo è un dono che Gesù ci fa per rendere più bella e ricca la nostra esistenza. Un altro mondo più umano, più fraterno, è certamente possibile: dobbiamo incontrarci e parlarne, dobbiamo crederci, sognarlo e avviarlo con nuove relazioni che possano tessere dal basso relazioni capaci di fermare l’egoismo diffuso. Dobbiamo credere, come ha scritto papa Francesco, che «l’amore apre i nostri occhi per vedere tutta la realtà in modo nuovo».

«Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri» (Gv 15, 17)

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Terzo viaggio umanitario in Bosnia

Di nuovo in partenza per la Bosnia, per dare una mano ai profughi di Bihac. Un gruppo di borgomaneresi, fra cui il presidente di Mamre Mario Metti,, domani, giovedì 1° novembre, si metterà in viaggio alla volta della ex Jugoslavia con un carico di aiuti umanitari. Il rientro in Italia, dopo una tappa anche a Sarajevo, è previsto nel week end.

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Mario testimone di solidarietà al Don Bosco

Mario Metti, testimone di solidarietà al Don Bosco

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Aiutiamoli

«Aiutiamoli. Con l’ormai imminente arrivo dell’inverno, le condizioni di vita degli almeno 1.300 profughi presenti a Bihac si faranno ancora più drammatiche». A parlare è il presidente di Mamre Mario Metti che, insieme a Sergio Vercelli, Mauro Clerici e Piergiorgio Fornara e ai giornalisti Alberto Laggia di “Famiglia Cristiana” e Barbara Taccone del “Giornale di Arona”, nel passato week end s’è recato, per la seconda volta, in questa località della Bosnia. E rientrato in Italia ha scritto al prevosto di San Bartolomeo in Borgomanero Piero Cerutti e al direttore del collegio “Don Bosco” Giuliano Palizzi chiedendo loro «di sensibilizzare le persone al fine di poter raccogliere qualche contributo per l’acquisto di quanto serve a questi uomini, a queste donne e a questi bambini e per sostenere la Croce Rossa di Bihac che quotidianamente garantisce ottocento pasti tre volte al giorno e che è ormai vicina al collasso». Un nuovo viaggio umanitario con meta Bihac è previsto a fine ottobre «per portare – scrive Metti – a questi amici indumenti, coperte e sacchi a pelo. In quell’occasione speriamo anche di parlare con il sindaco della città a cui abbiamo chiesto un incontro». Le immagini allegate fanno capire, più di tante parole, l’attuale situazione con cui devono convivere i migranti provenienti dalla Siria (da Aleppo), dal Pakistan, dall’Iran, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dall’India, dal Bangladesh, dal Camerun e dall’Algeria. «La gran parte di loro ha camminato per 18-20 mesi di notte confidando di avere, un giorno, una vita migliore – spiega ancora Metti – di quella che avevano nel loro paese, e quella speranza, nonostante le condizioni attuali, si legge nei loro occhi, la comunicano avvicinandosi e raccontando la loro storia. Tutti vogliono arrivare in Europa dove hanno un familiare che già vive in Germania, in Olanda, in Belgio… Tutti – così si conclude la lettera inviata a don Cerutti e don Palizzi – vogliono poter continuare a vivere e nonostante tanti siano già stati respinti al confine con la Croazia in modo violento, derubati, picchiati, privati del cellulare, unico strumento per comunicare con le famiglie e mezzo per orientarsi in un territorio impervio, ogni settimana riprovano a superare il confine. I prossimi mesi per tanti di loro potrebbero essere gli ultimi se non arriveranno aiuti che possano aiutarli ad affrontare il grande freddo». Intanto a casa “Piccolo Bartolomeo” di Borgomanero è ripresa la raccolta di sacchi a pelo, coperte, scarpe e indumenti per l’inverno.

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Come si fa a dipingere con i piedi. Laboratorio di Emanuela Cagnola a casa “Piccolo Bartolomeo”

Ha insegnato alle ospiti della casa di accoglienza “Piccolo Bartolomeo” di Borgomanero come si fa a dipingere con i piedi. Lei, Emanuela Cagnola, 45enne di Pettenasco, lo fa abitualmente. Stringe il pennello tra l’alluce e le altre dita. Mario Metti, presidente dell’associazione Mamre, commenta: «Quello che abbiamo organizzato giovedì è stato un laboratorio intensissimo, che ha suscitato grande interesse. Dopo aver raccontato la sua vita, ha risposto alle ragazze che le hanno rivolto tantissime domande». Originaria dell’Uganda, l’artista è stata adottata dalla famiglia Cagnola di Pettenasco. Ha seguito i corsi di pittura di Gilberto Carpo di Omegna e ha frequentato lo studio del compianto Mauro Maulini di Pettenasco. È laureata al Polimoda di Firenze e ama cucinare: il suo piatto preferito è il risotto. «Siamo rimasti tutti colpiti -conclude Metti- dalla straordinaria forza di questa donna senza braccia. Invece quante volte noi ci fermiamo davanti alle prime, minime, difficoltà che incontriamo».

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DITE SE QUESTO È UN UOMO A BIHAC di MARIO METTI

Dite se questo è un uomo
costretto a lasciare la sua patria
martoriata dalla guerra,
perseguitato, minacciato,
alla ricerca del pane quotidiano. 
In uno zaino poche cose,
tentar di notte di superare il confine
per arrivare dove ti aspetta il fratello.
Uomo, donna, bambino, non importa:
fermati, derubati, picchiati, riportati indietro
e ancora, anche quando il filo spinato è valicato,
alla donna che chiede cibo per il figlio affamato,
a chi come lei ha vissuto la tragedia della guerra,
la risposta è la chiamata alla polizia 
che cancella con le botte e il rientro forzato
le sue speranze,
Dite se questo è uomo, donna, bambino
che vive lontano dalla casa
in una tenda nera come spazzatura in un grande sacco.
Poi all’improvviso appare un viso:
è una bimba che sorride,
forse vuole dire
«voglio vivere!»
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Intervista di Mario Metti per l’organizzazione no profit “Family Like”

Link all’intervista

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Da Borgomanero alla Bosnia per aiutare i migranti

La rotta balcanica dei migranti, dopo che il premier ungherese Viktor Orban ha blindato il suo paese con il filo spinato, scorre in Bosnia-Erzegovina, un paese che ha una storia di una guerra recente con ferite ancora dolenti. L’Europa dove tutti i migranti vorrebbero arrivare per ricominciare a vivere è separata dalla spietata frontiera con la Croazia, e dalla Slovenia per arrivare a Trieste, punto di transito per andare nel Nord Europa.
L’arrivo dei migranti dalla Siria, dal Pakistan, dall’Afghanistan e dall’Iraq è iniziato nel gennaio di quest’anno, ma se a maggio erano circa 1.100 le presenze, oggi sono stimate in almeno 5mila le persone migranti presenti nei due centri di Velika Kladusa e di Bihac, due cittadine a pochi chilometri dalla frontiera con la Croazia. La Bosnia, a un mese dalle elezioni presidenziali, è impreparata ad affrontare un’emergenza così importante e la solidarietà della popolazione è frenata dalla situazione economica: lo stipendio medio è di trecento euro e la benzina costa 1,20 euro al litro. Si sta dunque avvicinando una grave crisi umanitaria se non verrà avviata con estrema urgenza, prima dell’imminente autunno e inverno, una soluzione abitativa ai migranti che risiedono nei campi dove vivono già oggi in condizioni disumane.
A Velika Kladusa siamo arrivati la mattina di giovedì 13 settembre accompagnati da Diego e da Greta Mangiagalli, rappresentante dell’Ong Ipsia : il campo profughi si raggiunge seguendo un sentiero in terra battuta che porta in una radura dove, visti da lontano, sembrano siano ammassati grandi sacchi della spazzatura. In realtà si tratta di un disordinato ammasso di rifugi di fortuna, fogli di cellophane neri sostenuti da pali di legno; per fortuna la Ong spagnola “No name kitchen” la scorsa settimana ha portato qui un carrello in cui ci si può fare una doccia, e il cartello, in inglese, francese e arabo, appeso all’esterno, stabilisce i turni per gli uomini, le donne e i bambini. In tutto 4-500 persone da Afghanistan, Siria, Iran, Iraq e chissà da dove altro. Alla responsabile di questa Ong, Natalia, abbiamo lasciato quanto raccolto nelle scorse settimane: contributi in denaro, maglieria intima, zaini. «Next night I’ll try again», «Questa sera ci provo ancora»:così ci ha detto un ingegnere civile iracheno. La guerra di casa sua ha ucciso sua moglie e sua figlia, e lui, ora, arrivato fin qui, vuole andare in Olanda, dove ha degli amici. Ha già provato ad attraversare la frontiera a piedi, tra i boschi: il confine con la Croazia è lì, a due chilometri, ma la polizia croata lo ha rispedito indietro. Un ragazzo che faceva il designer di moda ha provato sei volte: i poliziotti lo hanno picchiato, abbiamo visto i lividi, e gli hanno distrutto a martellate il cellulare per impedirgli di comunicare, di leggere una mappa, di non sentirsi isolato. Anche lui ci riproverà. Il tentativo di superare il confine è chiamato “Game”.
Mentre un’infermiera volontaria di Msf medicava i piedi di un giovane iracheno arrivato fin qui camminando e che la stessa sera proverà anche lui a passare il confine, passa una donna con evidenti segni di percosse sulle spalle e sulla schiena. In questo campo di Vekika Kladusa bisogna intervenire con urgenza: ci sono uomini, donne e bambini e l’inverno sta arrivando, rigido come sempre: due metri di neve e la temperatura che scende a meno venti sono la normalità.
Nel pomeriggio ci siamo recati a Bihac per incontrare Daniele Bombardi, responsabile delle attività in Bosnia-Erzegovina della Caritas italiana, il presidente e il segretario della Croce Rossa locale. Ci hanno raccontato con profondo senso di responsabilità, con grande passione per il grande lavoro che stanno facendo e con grande preoccupazione per il futuro prossimo della persone che assistono, la situazione dei profughi a Bihac. Qui c’è una struttura fornita dalla municipalità, un grande edificio che sarebbe dovuto diventare la “Casa dello studente”. In realtà si tratta di uno stabile mai terminato senza serramenti alle finestre, con il tetto danneggiato e vicino c’è un campo aperto dove i migranti vivono nelle tende. La Croce Rossa riesce a garantire a oltre ottocento persone che qui vivono tre pasti al giorno; visitando le cucine abbiamo visto una volontaria che aveva accanto a sé un’enorme quantità di cipolle che stava pelando per il pranzo del giorno dopo.
Anche qui il confine è vicino; abbiamo visto, verso sera, ragazzi che preparavano gli zaini: «Next night I’ll try again», forse stavolta qualcuno ce la farà. Per tentare di attraversare a piedi Croazia e Slovenia, fino a Trieste; sono circa trecento chilometri: noi ci siamo stancati molto nel percorrerli in automobile. Il presidente della Croce Rossa, con una sola gamba perché l’altra l’ha persa durante l’atroce invasione della Serbia, ci ha detto che hanno pochissimi mezzi e non sanno quanto riusciranno a tirare avanti.
L’aiuto che ci viene chiesto è innanzitutto di informare, di far sapere cosa sta succedendo a migliaia di uomini, donne e bambini che rischiano la vita per sperare di poter continuare a vivere. Ci chiedono un aiuto concreto in coperte, sacchi a pelo e scarpe invernali che potrete portare alla casa “Piccolo Bartolomeo”, perché la preoccupazione maggiore è per l’imminente, rigidissimo, inverno, e i disperati continuano ad arrivare. Ci chiedono infine di ricordarci di essere uomini, credenti o non credenti, cristiani cattolici, ortodossi, ebrei o musulmani, figli di uno stesso Dio, dunque fratelli. Don Primo Mazzolari scriveva: «Dio ci ha creati bisognosi gli uni degli altri e ci ha messo insieme per costruire la giustizia nella carità».
Aiutiamoci tutti insieme a metterlo in pratica. Torneremo a Bihac il prossimo mese.

Giorgio Fornara – Mauro Clerici – Sergio Vercelli – Mario Metti

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Da Borgomanero in Bosnia per aiutare i migranti

Novara oggi 7.9.2018
https://novaraoggi.it/cronaca/da-borgomanero-in-bosnia-per-aiutare-i-migranti/


La voce di Novara 7.9.2018
https://www.lavocedinovara.com/provincia/un-ponte-di-solidarieta-tra-borgomanero-e-la-bosnia/


Notizia Oggi 9.9.2018
http://notiziaoggi.it/attualita/mamre-in-bosnia-per-aiutare-i-migranti-in-difficolta/


Borgomanero24 9.9.2018
www.borgomanero24.it/index.php/3507-viaggio-in-bosnia-per-aiutare-i-migranti-di-bihac


Stampa diocesana novarese 10.9.2018
http://www.sdnovarese.it/2018/09/10/missione-in-bosnia-per-mamre-borgomanero/


La voce di Novara 18.9.2018
https://www.lavocedinovara.com/provincia/rientrata-la-missione-umanitaria-borgomanerese-in-bosnia/

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Servizio civile, due posti a casa “Piccolo Bartolomeo”

Nei giorni scorsi è stato pubblicato il bando 2018 per il servizio civile. La Provincia di Novara, a cui le persone interessate si devono rivolgere, ha visto approvati 17 interventi per complessivi 52 posti. Due posizioni sono aperte alla casa di accoglienza per donne in difficoltà “Piccolo Bartolomeo” relativamente al progetto “La casa che cura”. Le domande devono pervenire alla Provincia di Novara entro il 28 settembre. Di seguito i dettagli: http://www.provincia.novara.it/PoliticheGiovanili/ServizioCivile/2018/Progetti/LACASACHECURA.pdf

Per un aiuto alla compilazione delle domande, è attivo lo sportello “We for job – Servizi al lavoro” all’istituto Omar di Novara. I dettagli: http://www.provincia.novara.it/PoliticheGiovanili/ServizioCivile/2018/bando2018.php

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