Sentirsi e vivere come fratelli: il viaggio in Libano di Mario Metti

Con Giorgio Fornara, Gabriele Sala, Sergio Vercelli e Barbara Taccone siamo rientrati da Beirut sabato 16 dopo aver trascorso cinque giorni nel paese dei Cedri accolti da padre Abdo Raad, nato a Kfarnabrakh, nel distretto di Chouf in Libano, responsabile del Collegio di San Basilio in Roma. Padre Abdo, già conosciuto e sostenuto dal Centro missionario di Novara e dalla Caritas di Biella, fa parte della Chiesa Greco-Cattolica Melchita, piccola, ma importante comunità presente nei luoghi più strategici come Siria, Palestina e Libano, dove, con una popolazione di poco più di sei milioni di abitanti, vivono due milioni di profughi. È in questo paese così emblematico per questa grande presenza di persone rifugiate che abbiamo deciso di venire per aprire, dopo la Bosnia, un’altra finestra per conoscere e far conoscere. Piccolo stato, terra di fenici navigatori e delle bibliche nozze di Canaan (qui Gesù «scendeva da Tiro a Sidone»), era nei decenni passati esempio unico di convivenza e democrazia che ha attirato l’Occidente e i suoi capitali, tanto da essere chiamato la Svizzera del Medio Oriente. Poi la guerra civile iniziata nel 1975 con l’apice della strage nei campi profughi di Sabra e Chatila del 16 settembre 1982 da parte degli israeliani e dei falangisti libanesi. E come non ricordare i massacri dei cristiani nel 1985 che creò non solo tanti morti e feriti, ma anche 150mila rifugiati. E la più recente guerra del 2006, durata 34 giorni, ancora con Israele, che causò migliaia di morti e quasi un milione di profughi libanesi. E poi il conflitto in Siria che ha portato a circa due milioni i profughi presenti in questo stato. E oggi? Padre Abdo ci dice che il Libano, la sua patria, vive una non piena indipendenza e la lunga mano delle potenze straniere, vive una “democrazia dell’accordo” dove regna una corruzione diffusa che permette a pochi di accumulare grandi ricchezze a scapito di servizi essenziali negati alla popolazione. In tutto il territorio l’energia elettrica è fornita per solo sei ore al giorno, i servizi di trasporto pubblico sono pochi e male organizzati, non esiste, fatta eccezione per alcuni semafori al centro di Beirut, la segnalazione stradale, non uno stop, una precedenza segnalata; padre Abdo ironicamente scherzando ci dice che «il popolo libanese ha così bene assimilato le regole che non ha più bisogno di cartelli o scritte». Grazie a padre Abdo, che gode di grande autorevolezza dal semplice cittadino alle alte sfere del governo e delle Chiese presenti (ci sono 19 confessioni religiose tra cristiani e musulmani) per il grande servizio svolto a favore degli ultimi, abbiamo visitato tre campi profughi, uno “organizzato” nella valle della Bekaa e due “liberi” nel monte del Libano, dei quali uno con 450 persone. Qui siamo arrivati mentre tanti bambini erano a scuola, una piccola stanza di legno e lamiera. Accanto, in un piccolo spazio di neppure sei metri quadri in baracche coperte da tende marchiate Unhcr (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), vivono in ognuna anche sette persone. Sempre in questo campo, in un’area recintata e coperta, sono stati stipati come in un magazzino giostrine, un tappeto elastico, canestri per la pallacanestro, tanto da non permettere che possano essere utilizzati. Se non ci fossero stati, i bambini avrebbero almeno uno spazio libero per giocare. Abbiamo incontrato un sindaco e un deputato nella Bekaa, il vescovo di Sidone e il ministro libanese per i rifugiati, siamo stati ospitati una sera da una famiglia cristiana e la sera successiva da una famiglia musulmana sunnita con la presenza di un iman sunnita e amici sciiti. Abbiamo parlato con tante persone che vivono nei campi e, mentre i profughi fermi in Bosnia esprimevano tutti la volontà di voler venire in Europa, qui tutti vogliono tornare in Siria ed è anche quanto è stato espresso dal vescovo e dal ministro: il progetto è quello del rientro e sono iniziati i contatti con il governo siriano per le procedure di ritorno. Ma quali garanzie ci sono per coloro che hanno lasciato la Siria per evitare di arruolarsi o perché contrari al regime di Assad? Nel pomeriggio di venerdì, sempre accompagnati da padre Abdo siamo entrati nel campo profughi di Sabra e Chatila. L’ingresso è controllato da posti di blocco militari e solo grazie a padre Abdo abbiamo potuto visitare il campo di Chatila. Era metà pomeriggio di una giornata grigia, uggiosa; la prima sensazione entrando è stata di un ambiente opprimente: alti fabbricati, un fitto intreccio di cavi elettrici che a pochi metri di altezza accompagna tutte le strette viuzze, un via vai continuo di bambini, di moto, piccoli negozietti ai lati della strada, ma anche un ambulatorio dentistico. Poi incontri con gli occhi le persone che ti salutano e la tensione lascia il posto all’incontro. Entriamo nel mausoleo dove sono sepolte oltre mille persone uccise nella strage del 1982 e poco dopo siamo accolti dai giovani di un’associazione nata all’interno del campo. È un incontro pieno di emozione: ascoltare parole di pace da parte di chi è costretto a vivere in questo luogo, da chi è nato in questo campo dove abitano 35mila persone e 18mila sono giovani fino ai 18 anni, ascoltare chi ti ringrazia di essere lì e ti chiede di far conoscere la loro realtà, ascoltare una giovane donna boicottata sui social per aver espresso i suoi sentimenti di risentimento nei confronti del governo israeliano e di chi lo appoggia, che li obbliga a vivere in queste condizioni impedendo loro di tornare in Palestina, è un dono grande e appena usciti ti chiedi come si possa parlare di pace vivendo in queste condizioni; sarei io capace di parlare di pace? Che ingiustizia continua a vivere il popolo palestinese senza che noi, che il mondo, renda giustizia? Abbiamo visitato alcuni progetti che padre Abdo sta portando avanti con la sua associazione “Annas Linnas”, nata nel 2010 e che significa “Gli uni per gli altri”, creata per servire e avvicinare la gente; le persone che ne fanno parte appartengono alle varie confessioni religiose (cristiani, musulmani sunniti, sciiti e drusi) o sono laici. Tutti “insieme” non solo per aiutare chi ha bisogno materialmente, ma per imparare a riconoscersi e a rispettarsi vicendevolmente per far capire che non è con i conflitti, ma con il dialogo, che si risolvono i problemi. Nel villaggio di Kfarnabrakh si sta concretizzando un progetto chiamato “Il giardino educativo”, una grande costruzione che vedrà vivere un centro culturale e di lavoro con corsi di formazione, di educazione e di lavoro manuale dove i rifugiati potranno lavorare insieme ed essere educati al rispetto per l’ambiente. Con l’associazione italiana Cesvi è nato il progetto “Cash for work”, un sistema grazie al quale il rifugiato può lavorare per il bene comune in cambio di un compenso. In tal modo si restituisce dignità al profugo e fa lavorare insieme siriani, palestinesi, libanesi e iracheni senza nuocere al commercio del territorio; anzi, in tal modo il rifugiato diventa un cliente e non è più un peso. Ma il progetto che ha toccato maggiormente il cuore è stato “La casa della carità”. A pochi chilometri da Beirut, in un villaggio chiamato Naameh, in un grande fabbricato l’associazione Annas Linnas ha dato vita a una scuola che ospita 450 bambini per il 95 per cento rifugiati che non hanno trovato posto nella scuola pubblica. Una scuola con 25 insegnanti, aule piccolissime con anche più di 30 bambini: è stato emozionante entrare nelle classi e vederli tutti composti, sorridenti. Padre Abdo ci dice che lo stato libanese prende i soldi dalle Nazioni Unite e dall’Unicef per ogni bambino rifugiato, ma nessuno controlla se questi poi vanno a scuola; ciò che conta sono i soldi che ricevono per ogni bambino registrato. «Nella nostra scuola accogliamo i bambini profughi, ma anche chi non ha neppure i soldi per pagare il trasporto per mandare il figlio a scuola o per poter acquistare i libri e il materiale scolastico». Questo è il progetto che abbiamo promesso a padre Abdo di appoggiare e, grazie all’aiuto delle nostre comunità, di finanziare almeno parzialmente per permettere a questi bambini di poter continuare ad andare a scuola, di poter ricevere una buona educazione e una scolarizzazione adeguata. La scuola ha poi la grande valenza di poter incontrare i genitori, di conoscere le famiglie, di aiutare tutti al dialogo, al rispetto reciproco, alla convivenza, alla fraternità, alla pace. Padre Abdo, questo grande uomo di Dio, in primavera verrà a Borgomanero per raccontare alla nostra comunità la sua esperienza e a presentare i suoi progetti. Torneremo in Libano non prima di aver cercato di concretizzare l’aiuto promesso. Ripenso ogni giorno alle persone incontrate, ai bambini nei campi profughi, a una bimba in particolare, sette anni, papà e mamma uccisi, accolta dagli zii. A cena dalla famiglia musulmana ero accanto a una giovane ragazza che, mentre l’iman dialogava coi i presenti, mi scriveva sul suo cellulare: «A me e ai giovani della mia generazione non importa essere sunniti, sciiti o cristiani; tutti devono capire che dobbiamo solo volerci bene e aiutarci, solo così saremo fedeli a Dio». Ed è il messaggio che abbiamo lasciato al campo profughi di Sabra e Chatila nell’incontro con i giovani dell’associazione: «Noi cristiani recitiamo la preghiera del “Padre nostro”: dire “Padre” significa riconoscersi figli e come figli fratelli di tutti, con il compito di amarci per rendere la vita di ognuno degna di essere vissuta come il dono più grande che Dio ci ha dato».

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