21 viaggi per portare speranza ai profughi della Bosnia

Testo dell’intervento del presidente di Mamre, Mario Metti, che si è tenuto sabato 24 marzo, durante l’incontro “Sopravvivere a Sarajevo” presso la biblioteca di Briga.

Conservo tante fotografie, e alcune, le più care, sono incorniciate e appese nella mia “stanzetta”: sono fotografie di bambini della Bosnia e una di queste ritrae uno di questi bimbi in braccio alla sua mamma. Il marito e papà del bimbo era stato ucciso pochi giorni prima. È un’icona della sofferenza.

Era il dicembre del 1992 al campo profughi di Umago, il primo dei 21 viaggi che le nostre comunità hanno promosso con l’iniziativa “Insieme siamo speranza”, dapprima in Istria, a Umago, a Klana, a Kastav, e poi in Bosnia, a Dracevo e a Mostar, sino al 1997 per portare quella solidarietà che tantissime persone offrirono per portare sollievo e speranza ai profughi della Bosnia.

21 viaggi, oltre 2.000 quintali di generi di prima necessità trasportati, tanti i progetti finanziati da quello a favore degli anziani assistiti dalla Caritas di Mostar, al consultorio mobile per le donne serbe, croate e musulmane, alle adozioni a distanza. E se tutto questo è stato un sollievo per quelle persone così drammaticamente colpite dalla tragedia della guerra, è stato un grande dono per le persone che hanno partecipato a quei viaggi.

Più di ottanta persone provenienti da vari paesi, da Omegna, Casale Corte Cerro, Miasino, Invorio, Armeno, Borgomanero, Caltignaga e Trecate, in quegli anni si sono alternate e hanno partecipato a quella iniziativa affrontando l’organizzazione a volte non facile del viaggio con i furgoni (anche 15 in un solo viaggio); la sensibilizzazione nella varie comunità per la raccolta di generi di prima necessità; la preparazione dei pacchi con la precisione e la pazienza che solo Mariuccia poteva avere; la fatica di un viaggio lungo con almeno 24 ore per arrivare a Medjugorje, costellato di inconvenienti e disagi ( dai controlli alle dogane, ai posti di blocco, al pernottamento a volte nei furgoni al freddo). Ma tutto affrontato con serenità, con gioia, con un senso di fraternità proprio di chi era consapevole di ricevere tanto dall’incontro con quelle persone, con quei volti che sono rimasti per sempre impressi nel cuore di ognuno.

A Madslenica durante il primo viaggio in Bosnia, ricordi Gianni, il passaggio sul ponte di barche a fari spenti perché sparavano, e l’aiuto ricevuto da quelle famiglie perché il serbatoio del gasolio si era bucato, e l’accoglienza nella loro casa, con la fioca luce delle candele che proiettavano sui muri della casa i bossoli dei proiettili di cannone e mortaio. E lì l’incontro con l’amico croato di religione musulmana che in tutti i viaggi successivi ci aspettava sul ciglio della strada quasi sapesse della nostra venuta e che festa faceva a tutti e a te, Nico, in particolare.

A Dracevo eravamo arrivati perché non era chiaro dove venivano destinati gli aiuti stipati nei magazzini a Medjugorje, e lì in quel piccolo paese dove ancora nessuno portava aiuti perché ai lati della strada i campi erano tutti disseminati di mine, gli incontri con padre Bender, con Mirella. Con loro siamo entrati nelle loro case e abbiamo vissuto la condivisione e l’ospitalità che quei 1.800 abitanti offrivano a oltre 4.000 profughi ( senza sprar, c.a.s., ma nelle famiglie… quale triste, ma doverosa riflessione, dovrebbe nascere a riguardo della situazione italiana ed europea sull’accoglienza!). E come dimenticare gli occhi lucidi di quel cuore grande che è stato Gigi, quando incontrava i bambini dopo la messa che da lui andavano perché non dimenticava mai le tavolette di cioccolato.

Poi la prima volta a Mostar a scaricare dai frati mentre i cannoni sparavano da un capo all’altro della città, e la drammatica visita al campo di prigionia, e l’incontro con padre Pulic, direttore della Caritas di Mostar, e con suor Paolina e suor Arcangela. E lì la messa nella cappella della cattedrale segnata dai proiettili. E a Mostar Est, arrivati grazie alla collaborazione del maggiore dei carabinieri Ermanno Fenoglietti, morto nel dicembre del 1995 in seguito a un incidente stradale tra Mostar e Sarajevo. E poi a Struge per portare aiuti ai 400 profughi stipati nei vagoni dei treni.

A Medjugorje la visita all’orfanotrofio, alla comunità di suor Elvira e poi al santuario per ringraziare la Madonna per la sua intercessione e infine da Simona a fine giornata per il riposo. E il ritorno a casa con la sosta alla fine della costa dalmata su quella spiaggia per contemplare in silenzio quel cielo, quel mare, per pregare insieme ringraziando Gesù di quei doni immensi ricevuti: il sorriso di quei bimbi, l’ospitalità, l’essersi soffermati e aver riflettuto insieme sull’assurdità della guerra, su ciò che solo conta nella vita e che si racchiude in un solo verbo: Amare, vivere per amare.

Sì, Gabriele, hai ragione quando mi dici che ti ha dato tanto quell’esperienza; sì Sergio, Giovanni, Sandro, Mariolone, Piero, Federico, Alberto, Riccardo, Pier, Guglielmo e tutti voi che avete partecipato a questa iniziativa: ognuno di noi ha avuto una grande grazia che rimarrà per sempre nel cuore e che ci aiuterà sempre nella vita come un dono che Gesù ci ha dato ricordandoci: «Tutto quello che avete fatto ai più piccoli dei miei fratelli… l’avete fatto a me».

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