A lezione da padre Airoldi e don Bagnati

Educatori e volontari dell’associazione Mamre a “lezione” da padre Mario Airoldi e don Giacomo Bagnati. Il primo, residente alla Badia di Dulzago, frazione di Bellinzago, fa parte del Consiglio presbiterale ed è l’esorcista della diocesi di Novara; il secondo, 83 anni, ordinato il 29 giugno 1957, è il parroco dell’isola di San Giulio sul lago d’Orta. Nel tardo pomeriggio di mercoledì 29 marzo sono stati ospiti di casa “Piccolo Bartolomeo” dando vita a un appuntamento formativo, nel tempo di Quaresima, per chi opera in questa struttura di accoglienza per donne in difficoltà. In particolare Airoldi, oblato, 76 anni, prete dal 20 giugno 1964, s’è soffermato sulla figura di don Artibano Di Coscio e sulla sua fraternità: «Un santo. Un vero santo che s’è consumato per i poveri e che è morto come san Francesco sulla nuda terra. Egli chiamava i tribolati “i santi del martirologio umile”, e diceva di sentirsi a “bagnomaria nella misericordia”. Per me è stato più di un fratello e accanto a lui, dai miei 34 anni ai 38, ho vissuto la parte più decisiva e fondante del mio cammino spirituale e del mio ministero sacerdotale: è stata una grazia la discesa agli inferi della marginalità sociale». Nel 1974 costituirono una piccola comunità in alternativa al riformatorio per un gruppo di ragazzi pluriprocessati, che provenivano da famiglie sfasciate, dalla strada e dal carcere minorile. «Tutti – ha aggiunto – in stato di devianza conclamata: portavano le stimmate di un acuto malessere sociale. Fu un’avventura relativamente breve. Dal punto di vista della riuscita umana conclusa con un fallimento: dovemmo chiudere perché non reggevamo più. Io ne conseguii un pesante esaurimento che andai a guarire all’isola proprio da don Giacomo e nella maternità e sororità spirituale della comunità monastica. Eppure s’è vero che quei giovani erano capaci di violenze incontrollate da far rischiare la pelle, è altrettanto vero che avevano anche momenti di riconoscenza pura, quale non si riscontra in tanta gente per bene. Quante volte ci siamo detti: “Se fossimo nati nella loro condizione, che cosa sarebbe stato di noi? Potevamo diventare peggio di loro”». Non a caso, i due religiosi tenevano esposto un poster, allora molto diffuso, in cui si vedeva un carcerato, steso sulla brandina nella sua cella, ripreso dalle inferriate della finestra. Significativa la scritta: “Guarda questo ragazzo e io ti posso dimostrare che è solo un caso che tu non ti trovi al suo posto”.

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